Il racconto vincitore

Una nuova cliente, di Marco Cavaliere

Maria cammina così veloce che quasi corre.
Dove vai?, dalla tua amica Angela? Come mai a piedi, si è rotto il motorino? Macché, il motorino sta sotto casa, legato a un palo con la catena, e Angela mi sta scrivendo su whatsapp, ma non voglio parlarle e non sto andando da nessuna parte.
Maria ha una guancia gonfia e cammina senza meta; camminando riesce a controllare il pianto.
Ai lati della strada, le vetrine, quasi spoglie, espongono gli ultimi capi invernali in saldo, ma lei cammina a testa bassa. Un ragazzo le si para davanti, fa finta di sbarrarle la strada e le dice: eccomi, mi hai incontrato, puoi smettere di correre. Lei lo supera insultandolo.
Ha quasi il fiatone, dovrà pur fermarsi adesso. Forza, Maria, riposati su quella panchina e chiedi una sigaretta. Come va la guancia? È tempo di calmarti e riflettere un po’; forse perdi anche sangue dal naso. Fermarmi? Manco per sogno!
La via dei negozi è ormai finita, le strade si fanno più strette, diventano vicoli, e questa zona non la conosci bene; forse è il caso di tornare indietro. No, ho bisogno di camminare ancora.
Dopo un po’ Maria rallenta il passo. Ora si è quasi dimenticata di Franco, ma maledetto cellulare, e maledetta te, Maria, che bisogno avevi di metterti a leggere i messaggi di quella serpe? Ti ha scritto che già gli manchi… Che non voleva farti male… e gli dispiace. Ti chiede dove sei, dove cazzo sei finita, vuole vederti ora, adesso, subito, e se non gli rispondi ti ammazza! Tu inizi a correre, e la guancia comincia a pulsare.
Vaffanculo, Franco! Voglio vedere come mi ammazzi. Brava Maria, ripetitelo, convincitene, perché se è questo che pensi, dovrai essere pronta per dirglielo quando lo vedrai, e non sarà facile. Lui non dovrà accorgersi del minimo segno di debolezza quando gli dirai Franco, vaffanculo! E preparati anche alle domande di Angela, preparati a dirle: Se è così bello come dici sempre, perché non ti ci metti tu allora.
Maria, non senti che è cambiato il vento? No, sei troppo impegnata a camminare, e neanche ti accorgi dei venditori di ombrelli; loro lo hanno capito, o forse hanno solo guardato le previsioni: non importa se ci sarà un acquazzone o una pioggerellina, in ogni caso pioggia che bagna e che coglierà impreparati i passanti, e loro, mentre le nubi si compattano dense e nere, già aprono un ombrello, come buon auspicio, e si piazzano agli angoli dei palazzi.
La pioggia cade all’improvviso, come le secchiate d’acqua che il padre di Maria lancia dalla finestra ai nottambuli molesti che mangiano un cornetto al bar di fronte, e lei dal letto sente solo splash, e le bestemmie del padre. Adesso il rumore è lo stesso. E in un attimo Maria s’inzuppa da capo a piedi.
Sei avvantaggiata perché già stavi correndo, ma è inutile stringersi sotto i palazzi: le tettoie sono troppo strette.
Corre tenendosi la milza finché non trova riparo sull’uscio di un negozio.
Ora Maria guarda la strada deserta: gli scooter si sono fermati, rannicchiati sotto i balconi come uccellini, i centauri aspettano che spiova. Sul muro di fronte, poco distante, un murales ritrae uccelli metallici che volano su una distesa di ciminiere.
Solo adesso Maria nota che al suo fianco c’è un uomo con gli occhi piccoli e il naso da pugile. «Non smetterà prima di un paio d’ore» dice l’uomo guardando il cielo. Maria pensa che due ore sono lunghe. «Ora vado via» dice Maria sporgendo appena il capo, e subito ritirandolo indietro intimorita dall’acqua. «Sicura?» chiede l’uomo beffardo, «be’, io rientro» dice lanciando la cicca, «se vuoi, accomodati, è una libreria».
Da quant’è che non entri in una libreria? Ci vado ogni anno, a settembre, per vendere i testi scolastici che non mi servono più. D’accordo, Maria, ma a sfogliare un libro, un fumetto, da quanto non lo fai?
Maria ha freddo. La pioggia non promette tregue e il telefonino è scarico.
Appena Maria apre la porta, le sembra subito di scaldarsi.
L’uomo, dietro a un bancone sembra indaffarato, anche se la libreria è deserta. Maria non vuole disturbarlo, così inizia a vagare tra gli scaffali in legno scuro. Guarda le copertine, e alcune la incuriosiscono, ma non prende nessun libro perché ha paura di bagnarli, non ha soldi con sé, e l’idea di comprarne uno non le è passata neppure per la testa.
Deve sembrare piuttosto a disagio, perché l’uomo lascia il bancone, si avvicina e le chiede: «Serve aiuto?».
Maria non sa proprio cosa rispondere, e quasi teme che adesso l’uomo le chieda che libri le piacciano e quale sia il suo scrittore preferito, ma lui invece le guarda la guancia – Maria se ne accorge. «Vediamo» dice dopo un po’ l’uomo grattandosi il mento e osservando i libri su una mensola, «vediamo cosa abbiamo qui. Ecco» dice l’uomo illuminandosi, «dicono che questo sia bello, io non l’ho letto, ma credo che potrebbe piacerti». L’uomo le porge un libro con una copertina verde. «Mi dispiace» dice Maria allargando le braccia, «non ho i soldi per pagarlo». «Non devi comprarlo per forza» dice l’uomo quasi divertito e ancora porgendole il libro, «puoi cominciare a leggerlo qui, ci sono dei divani là in fondo, puoi aspettare che spiova leggendo qualche pagina, oppure scegli un altro libro, fa’ come preferisci».
Maria non ha alcuna voglia di leggere, ora vorrebbe solo tornare a casa, e pazienza se Franco è lì ad aspettarla, vorrebbe solo farsi un bel bagno caldo e dimenticare questa giornata, ma il rumore della pioggia che s’infrange sui tetti e sull’asfalto le ricorda che per adesso è impossibile, così Maria prende il libro, ringrazia l’uomo e si va a sedere su un divano in pelle.
Il libro che Maria comincia a leggere parla di una donna che ha un marito violento e alcolizzato. Fin dalla prima frase, Maria percepisce una forza misteriosa in questa donna, ed è già certa che la protagonista abbia superato, come ancora non si può dire, tutta la sofferenza che il marito le ha causato e le causerà. Leggendo, Maria s’incuriosisce: si chiede se la donna scapperà via o se riuscirà a cambiare l’uomo che ama. Volta le pagine con frenesia e finisce col pensare che in fondo a quel libro ci possa essere la soluzione al suo problema, la chiave di volta di un dubbio che ancora non sa di coltivare. Come fa questa donna a essere così lucida e dignitosa nel raccontare un passato amoroso così violento e tragico?
È così assorta nella lettura che non si accorge del libraio che, in piedi di fronte a lei, la sta guardando con un sorriso amaro. «Non vorrei interromperti» dice il libraio con le mani dietro la schiena, «ma forse ti farà piacere sapere che ha smesso di piovere». «Che ore sono?» chiede Maria. «Quasi le sette» le risponde guardando l’orologio, «se vuoi, puoi restare ancora un po’, io chiudo alle otto».
Maria si alza, chiude il libro e lo lascia sul divano. «È tardi» dice, «ora devo andare». Ed è già sulla porta quando l’uomo le chiede: «Com’è questo libro? Me lo consigli?». Maria, che si era già dimenticata tutta quella storia, ripiomba nel mondo della donna, e torna sui suoi passi per raccontare al libraio che proprio non sa immaginare come possa continuare il libro. «Non lo sapremo finché non finiremo il libro» dice lui, «questo è il bello dei libri, o il brutto, dipende». Poi l’uomo fa qualcosa che sorprende Maria e su cui rifletterà a lungo tornando a casa: le porge nuovamente il libro, e le dice: «Per te non conoscere la fine sarebbe il lato brutto, tieni pure il libro, te lo regalo».
Mentre Maria torna casa con passo lento, i negozi chiudono. I suoi capelli sono ancora umidi, così come le strade e le macchine. La guancia le fa ancora male. Il libro, nella busta di plastica, ha la prima orecchietta.
Fa’ presto, tra poco ricomincerà a piovere.

***

Questa è la mia storia, e vi avverto fin da ora che non c’è alcun lieto fine.
Oggi è il mio ultimo giorno. Domani, non esisterò più. La saracinesca calerà ancora, stavolta per sempre.
Ora piove, e vedo la gente ammassata qui fuori, sotto gli ombrelli, schierata come un branco di sciacalli intorno a una preda agonizzante, in attesa di entrare tra i miei scaffali per saccheggiarmi e per prelevare qualche libro a prezzi stracciati.
In fondo, però, come dargli torto? Non posso giudicarli, la colpa non è loro. Sono solo ragazzi assetati di cultura, come quelli che ho sempre accolto e nutrito; sono qui per rimediare un paio di libri, e forse dovrei essere contenta che qualcuno ne avrà cura e che non finiranno al macero. Ho sentito dire che anche le mie mensole e sedie e banchi sono in vendita; smantelleranno le mie ossa di legno oltre a prelevare tutto il sangue di carta che ho in corpo.
Pare sia un’epidemia: dicono che non sia la sola ad avere un destino così triste. Come me, sono morte in tutto il paese, e alcune anche in questa città. Non sono la prima, e ciò che più mi rattrista è che non sarò neanche l’ultima.
Lui oggi non c’è. Sarebbe troppo doloroso per lui assistere a questo spettacolo. In questi ultimi, tristi anni, ho visto il suo viso farsi sempre più grigio. Chiudeva sempre più tardi, ma c’erano sempre meno visitatori. Ci ha provato in tutti i modi, organizzando eventi, letture, presentazioni. Lui ne ha affrontati di incontri, e non è mai andato al tappeto. Stavolta non c’è stato verso, rialzarsi era impossibile; il declino era inevitabile, fino ad oggi, amaro epilogo di una storia gloriosa.
La targa marrone che è affissa davanti all’entrata segna la mia età in secoli, ma l’antichità, di per sé, non è mai un vanto senza memoria. Ho vissuto periodi splendenti, e non ho alcun timore di sembrare presuntuosa se dico che da me si riuniva uno dei salotti letterari più importanti del paese, ma non sto qui a fare nomi e cognomi, sarebbe solo doloroso, e ho già detto fin troppo per non essere mai stata ascoltata.
Oggi un simbolo della cultura muore, e la cultura soffre, ferita a morte, ma non si arrende: la mia speranza vive con quella ragazza, che come un’ape ha raccolto l’ultima manciata di polline da questo fiore, ancora profumato, ma ormai grigio e inaridito.
Ci siamo. Hanno aperto le porte: che il sacco abbia inizio.
 

***

Maria passeggia guardandosi attorno. Le strade sono piene di sole e lei si sente leggera. Le vetrine sono ingombre di capi primaverili: giacche di pelle e pullover di filo. La primavera è arrivata, la moda lo conferma.
Ha finito il libro in soli tre giorni, leggendo in biblioteca, chiusa nel bagno di casa, a letto e a notte fonda. Non voleva mostrare il suo desiderio di leggere neanche a sua madre, non c’era proprio nulla di male nel leggere un libro, al limite avrebbero potuto trovare la cosa un po’ insolita, ma Maria era gelosa, più che del libro, dell’atto di leggere, perché non avrebbe saputo giustificarlo.
Quel giorno che tornava dalla libreria, sotto casa aveva incontrato Franco, preoccupato, incazzato e dolce allo stesso tempo, e in quel momento le cose erano andate a posto con baci e coccole, e scusami non volevo farti male ti prometto che non lo farò mai più. Mai più? Maria sa da quando è bambina come si comportano i marinai, ma sapeva anche che il coraggio per dirgli il definitivo vaffanculo non lo avrebbe mai ritrovato.
Nel frattempo aveva continuato a ronzarle nel cervello la pagina centocinquantadue del libro, in cui la donna propone al marito – che è stranamente sobrio – di andare a comprare dell’alcol, nonostante fuori infuri una tremenda bufera di neve, promettendo, al suo rientro, di farsi una bella bevuta assieme nella vasca da bagno. L’uomo esce di casa eccitatissimo, ma non torna. Muore assiderato poiché durante il ritorno – e questo la donna lo sapeva bene – non può resistere alla tentazione di bere.
Maria, al posto dell’alcol, si è servita della sua amica Angela, che poi amica amica, a quanto pare, non lo è mai stata, e l’ha spinta tra le braccia di Franco.
Tutto troppo facile, Maria: lei ha confessato, lui ti ha supplicata, tu lo hai ignorato, e cari amica e giaguaro, a mai più rivederci.
Ora, per quanto ti riguarda, potrebbero stare assieme, ma a te non può fregare di meno.
I vicoli sono labirintici: con la pioggia e il malumore di quel giorno questa zona sembrava diversa, e stavolta Maria ci mette un po’ a trovare la libreria. Deve chiedere ai passanti: «Scusi, la libreria?». Ma tutti le rispondono: «Non c’è nessuna libreria da queste parti».
Poi riconosce il murales e capisce che è vicina, e infine eccola, la libreria: chiusa, sprangata da porte d’acciaio che garantiscono che lì dentro non c’è più un grammo di carta, e se ci fossero dei dubbi ecco un cartello che avvisa del fallimento.
Maria legge il cartello due volte a bassa voce, scuote la testa e si allontana, fa qualche metro e chiede ancora: «Scusi, una libreria?».

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