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Storie di librai indipendenti: intervista a Francesco Mecozzi della Libreria Giufà

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Francesco Mecozzi

A Roma c’è una libreria che si distingue per la qualità della selezione dei libri – con un’attenzione particolare alle case editrici indipendenti – e per gli eventi. Si trova a San Lorenzo, un quartiere storico che accoglie la movida universitaria e che avrebbe bisogno di molta più cura e attenzione da parte delle istituzioni. Abbiamo intervistato uno dei librai, Francesco Mecozzi, per capire come una libreria indipendente, seppure in modo complicato, può interagire bene con un quartiere difficile.

a cura di Lorena Bruno

Raccontaci la tua storia di libraio.

La mia è una storia di gruppo, ho aperto la libreria dieci anni fa insieme a Susanna Campana e Matteo Serpente, il nostro era un progetto collettivo: abbiamo tutti cambiato lavoro per realizzarlo. Ora Matteo insegna e continua a far parte della cooperativa in modo diverso e sempre importante e si sono aggiunte anche altre persone come Giovanni Peresson. Lavoravamo in altre librerie e abbiamo sentito l’esigenza di cambiare e di aprire uno spazio in un quartiere in cui c’erano delle librerie ma erano tutte universitarie. Ci sembrava assurdo che in un quartiere di studenti non ci fosse uno posto in cui trovare libri che non fossero da studiare.

Come avviene la selezione dei testi? Si nota subito che è stato dato molto spazio alla graphic novel.

In dieci anni la selezione è cambiata tanto, all’inizio lo spazio per la narrativa era maggiore, per tanti anni è stata organizzata per continente di origine dello scrittore e mettevamo insieme libri di varie case editrici, anche al livello visivo era tutto molto diverso. Specializzandoci ogni giorno di più ed essendo sempre questo lo spazio, abbiamo dovuto rinunciare a settori che forse non avevamo la capacità di proporre, così la musica, il teatro, e l’attualità hanno fatto spazio ad altri generi come la graphic novel. Il panorama del fumetto in questi anni è cambiato e noi ci siamo trovati al centro di questo cambiamento, come osservatori e attenti librai, non abbiamo fatto altro che seguire l’attenzione che l’editoria ha dato a un certo tipo di narrazione; abbiamo legittimato la graphic novel da subito, come un romanzo a tutti gli effetti. I nostri colleghi non hanno riconosciuto la parità di narrazione, hanno visto la graphic novel come legata principalmente al fumetto e non come un modo di raccontare la contemporaneità, invece racconta molto bene il quotidiano. In questo momento in libreria si possono trovare uno spazio dedicato alla graphic novel, quello dedicato all’albo illustrato (da 0 a 3 anni, fino agli illustrati per gli adulti) e poi quello della narrativa.

Di cosa hanno bisogno secondo te i librai italiani?

Sicuramente hanno bisogno di un supporto da un punto di vista legislativo. La legge Levi è stata velocemente aggirata e nella sostanza non ha avuto l’effetto desiderato: le grandi catene fanno sconti anche sulle novità, si susseguono le campagne di sconti delle varie case editrici. Noi non siamo d’accordo con questo tipo di proposta, lo sconto per noi non può essere un traino, ci sentiamo una piccola libreria di proposta, non facciamo sconti ma sappiamo consigliare un libro. I librai avrebbero bisogno di tante agevolazioni, ad esempio per l’affitto, detrazioni per le assunzioni, e inoltre i librai si dovrebbero aiutare da soli non accettando questa logica per cui il libro è una merce scontata tutto l’anno, perché è una politica che non aiuta nemmeno un prodotto diverso dal libro. La dimostrazione di questo sta nel fatto che le librerie di catena sono in crisi: nessuno va in farmacia a chiedere uno sconto, né tanto meno dal fornaio, ci piacerebbe che nessuno lo chiedesse, saremmo noi a farlo ai clienti affezionati. È necessario un cambio di prospettiva, in questo senso.

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Quanto è importante per una libreria il rapporto con gli editori?

Può essere molto importante quando si creano dei meccanismi virtuosi, per cui ci si appassiona ai loro cataloghi, si sanno proporre bene i loro titoli e a questo seguono proposte di presentazioni e di collaborazioni. Non è necessario, ma può essere in molti casi una buona alleanza.

Credi nella possibilità che i librai facciano rete fra loro?

Sì, ci credo, anche se a Roma ci stiamo provando e non è facile. L’anno scorso con la libreria Altroquando abbiamo provato  a fare una rete di librai indipendenti dal basso e minimum fax ci dava una mano. Crediamo molto nella collaborazione e non nella competizione fra librai, fare rete ci aiuterebbe anche a essere realtà più solide nei confronti delle istituzioni e rispetto al grande pubblico potremmo essere più riconoscibili in una città come in una regione, ma non è facile perché ci si scontra con la mancanza di tempo e risorse; il settore è in crisi, molti librai sono affogati nel proprio lavoro dalla mattina alla sera e quindi non riescono a dedicare tempo alla costruzione di questa rete. La divergenza di opinione riguarda anche gli sconti: alcune librerie indipendenti adottano la politica delle grandi catene, forse per non sentirsi da meno; in altri paesi sono nate delle reti che sono andate benissimo, per le librerie, per i bookshop e altre realtà. Insieme ad Altroquando abbiamo gestito la libreria di un piccolo festival estivo a Fregene, l’anno scorso, e continuiamo a credere nella collaborazione perché è un’esperienza ricca, il confronto tra modi diversi di lavorare crea dei meccanismi molto piacevoli e illuminanti per tutti, è un arricchimento ed è andata molto bene. Mi piacerebbe molto che nascesse una rete romana, sarebbe utile. A Roma stanno chiudendo molte librerie e questo crea una maggiore instabilità.

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Come dialogate col quartiere e con la città?

Con il quartiere dialoghiamo, ma non al livello istituzionale, San Lorenzo è un quartiere molto difficile, in cui il municipio di riferimento non sa affrontare certe urgenze, e quindi anche le nostre piccole grandi questioni spariscono. Pur essendo qui da dieci anni il municipio in nessun caso ci ha facilitato, ed è assurdo perché viviamo in un quartiere in cui ci sono problemi legati allo spaccio, alla criminalità, per cui non avere interlocutori in tal senso è miope come progetto politico e come strategia sul territorio, sia politica che culturale. Abbiamo organizzato più volte reading fuori dalla libreria molto partecipati e, pur essendo in regola con tutti i permessi, sono finiti sempre con carabinieri o polizia che per cavilli ci invitavano a smontare tutto in fretta e furia; erano inoltre eventi organizzati in orari compatibili con qualsiasi fascia d’età, ossia prima di cena. Il quartiere, nonostante i problemi, resiste, vive di giorno grazie all’università, al mercato, per tutto l’anno; gli anziani hanno una loro dimensione, ci sono dei parchi (sebbene sporchi) e questo aiuta la fruizione diurna. Potremmo essere agevolati, spero lo saremo, e spero anche che San Lorenzo risenta delle trasformazioni di una città complessa e che non se ne parli sempre in termini negativi, come tutti quei quartieri in cui le amministrazioni non hanno saputo intervenire. Forse ha fatto anche comodo che si marginalizzassero certi quartieri, perché così la quiete pubblica viene disturbata solo in alcune zone.

Chi sono i frequentatori della libreria? Che lettori sono?

Sono vari e di tutte le età, dai bambini piccoli a signori in pensione che sono lettori fortissimi con cui abbiamo instaurato uno scambio. Ci sono anche molti lettori occasionali e molti scrittori.

Consiglia ai nostri lettori una raccolta di racconti.

È uscita una bella raccolta dei racconti di Cheever, che è un pilastro della narrativa.

Cosa c’è sul tuo comodino?

La ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi) e I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, edito da Marcos y Marcos.

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