Editoria, Intervista con autore, Sul racconto

Paolo Zardi lettore e frequentatore di librerie: una conversazione con Andrea Siviero

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Libreria Zabarella di Padova, foto di A. Siviero

Lo scrittore Paolo Zardi è stato tra i giurati della seconda edizione del concorso Racconta un libraio. Autore tra i più interessanti e originali della narrativa italiana contemporanea, Paolo Zardi è anche un appassionato lettore e un assiduo frequentatore di librerie. L’ho incontrato a Padova, città in cui vive, e abbiamo parlato di librerie, letture e racconti brevi. Buona lettura. 

Ciao Paolo, comincerei con una domanda personale: spesso su Grafemi racconti episodi della tua vita. Si tratta di ricordi per lo più legati all’infanzia e all’adolescenza da cui raramente prescindono suggestioni letterarie e considerazioni legate al mondo dei libri. Penso allo splendido pezzo “København, 1983”  in cui racconti l’estate dei tuoi tredici anni e citi Ravlestein di Bellow, Il mulino di Amleto di de Santillana e von Dechend, Casa desolata di Dickens, e poi Kafka, Camus, Primo Levi, Flannery O’Connor e Salinger. Da quanto si legge i libri fanno parte della tua vita da sempre. Ti chiedo: com’è nata la tua passione per la lettura e qual è il tuo primo ricordo legato a una libreria.

Ho avuto la fortuna di avere un fratello un po’ più grande di me che, quando aveva sei anni ed era in prima, e io ne avevo quattro ed ero all’asilo, il sabato pomeriggio si divertiva a insegnarmi a leggere. Il suo metodo precorreva i tempi, perché, invece di partire dalle singole lettere, come si faceva allora a scuola, puntava su una lettura, per così dire, “globale”. In pratica Alberto si limitava a leggere a voce alta, seguendo le parole con il dito – un’esperienza simile a quella fatta tre anni prima, quando a un anno avevo imparato a parlare e a capire il senso di quello che mi veniva detto senza che qualcuno si prendesse la briga di farmi dire, prima, ogni singola lettera. Questo corso anticipato, casalingo, fraterno, mi ha permesso di iniziare a leggere quando ero ancora piccolissimo, e non escludo che la mia velocità di lettore, che mi è sempre stata di grande aiuto, derivi da questo primo approccio.

A casa mia, l’offerta era davvero molto ampia. Mia madre comprava i libri di Gianni Rodari, illustrati da Bruno Munari – credo che Favole al telefono sia stato il mio primo libro di sempre – e altre cose bellissime: tra queste, le miei due preferite erano Caro bruco capellone, che era una sorta di diario di un bambino di cinque anni, secondogenito di una normale famiglia italiana, che si guardava intorno (probabilmente il libro più influente della mia vita, vista la malleabilità della mia mente di allora); e una meravigliosa storia ispirata ai quadri di Mirò, ai quali la narrazione forniva un nuovo significato. Ricordo anche un cappuccetto rosso tutto verde, che recentemente ho ritrovato alla Libreria Zabarella. Da mio padre, che aveva un libreria immensa, ma per ragazzini un po’ più grandi (sarebbe stata fondamentale tra i 10 e i 14 anni), ricevevo i libri di Asterix, che sapevo a memoria; leggevo anche i numeri de Il mago, rivista di fumetti dove trovavo le strisce e le tavole di Quino, le avventure di Dick Tracy, e Mordillo, B. C., The Wiz, Momma, storie di fantascienza.

Allora leggevo sempre – l’immagine più precisa che ho di me negli anni delle elementari è un Paolo di sette anni disteso sul pavimento di legno della camera, con un paio di pantaloni da zampa d’elefante e una maglia acrilica con il collo alto, impegnato a leggere qualcosa, a pancia in giù, i gomiti puntati a terra a sostenere la testa.

La mia prima libreria è stata senza dubbio La libreria dei ragazzi di via Daniele Manin, a Padova – non escludo che fosse della Mondadori, ma non posso metterci la mano sul fuoco. Andavo con mia mamma a sei o sette anni, e ci stavo dentro parecchio tempo – ci andavo anche con i miei fratelli (allora i bambini venivano lasciati liberi di girare da soli per la città), e lì credo di aver comprato il mio primo libro, credo a nove anni: era la storia di Remì, con le figure dei cartoni animati che andavano in onda allora. Quando Vitali e due dei tre cani morirono, durante una notte piena di neve, fu la prima volta che piansi per un libro. Amavo anche la Toletta, storica libreria di Venezia, mia seconda città (lì è nata mia madre, lì ho passato molte vacanze), tuttora aperta, dove nell’estate del 1981, io (11 anni) e mio fratello più piccolo (10 ancora da compiere), lettore piuttosto pigro, ci comprammo con non so quali risparmi La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj e Morire di Arthur Schnitzler. Andammo a caso, forse sulla base della copertina. Li leggemmo a casa di mia cugina Luciana, della quale eravamo ospiti. Ho vaghi ricordi, a dire il vero. Ma la Toletta era una davvero una libreria bellissima.

E invece adesso? Che tipo di lettore sei diventato? Quando entri in una libreria per acquistare un libro di solito hai già le idee chiare oppure ti fai guidare dall’ispirazione del momento o dal consiglio del libraio?

La mia vita di lettore può essere divisa in sei parti, che riassumo velocemente. Dai 0 ai 10 anni, tanto Rodari, fiabe e fumetti. Dai 10 ai 16, libri molto impegnati – Kafka, Kundera, Dostojevskij, Hesse, Salinger, Flannery O’Connor. Dai 16 ai 25, il nulla – credo tre o quattro libri in tutto. Dai 25 ai 27, improvvisa passione per legal thriller, storie di spie, grandi avventure – per cui Grisham, Follett, Forsyth, Tom Clancy e John Le Carré (quest’ultimo rimane per me un gigante). Dai 27 ai 40, il periodo d’oro: scopro Philip Roth, Nabokov, Cechov, Flaubert, Martin Amis. Quindi, dai 40 in poi, qualche lettura che mi ha appassionato – direi Saul Bellow e Céline sopra tutti – ma graduale passaggio ai saggi e lento abbandono dei romanzi, che continuo a leggere con passione decrescente.

Anche il mio rapporto con le librerie è cambiato. Un tempo entravo come un cane in cerca di tartufi: sfogliavo, annusavo, mi lasciavo tentare. Ora invece sono molto guardingo, sospettoso. Ho una pila alta due metri di libri che devo ancora leggere; e ormai abbandono tre libri su quattro, perché è sempre difficile imbattermi in qualcosa di nuovo. Per questo il mio percorso verso l’acquisto prevede un graduale, lentissimo avvicinamento alla mia possibile preda. Devo arrivare a prenderli quando sento di non poter più rinviare. Qualche volta però mi lascio tentare dai consigli dell’unica libraia che frequento con una certa perseveranza, che è Barbara della Libreria Zabarella. Mi fido del suo gusto leggermente diverso dal mio – mi aiuta quindi a rimettermi in discussione. A breve, però, voglio chiedere un consiglio anche alle libraie della Limerick, sempre di Padova. Sono curioso di vedere cosa mi proporranno!

Oggi frequenti le librerie anche in qualità di autore e spesso sei attivo anche con iniziative legate alla scrittura creativa. Pensi che le librerie possano essere un luogo adatto anche come avamposti culturali, ovvero luoghi in cui è stimolata anche la creatività e lo scambio di idee?

Per quella che è la mia esperienza personale, mi sono fatto l’idea, forse un po’ romantica, che le librerie assomiglino proprio a degli avamposti culturali, come dici tu, o a dei centri di resistenza, o, ancora, a dei baluardi contro il tentativo di appiattimento. Alle porte di Padova, in un paese dal nome curioso – Albignasego – sorge un centro commerciale molto esteso, all’interno del quale ci sono un McDonald, un centro estetico, negozi di vestiti e casalinghi, un supermercato, un sacco di bar, un GameStop… in altre parole, tutto quello che trovi in qualsiasi centro commerciale; e poi, c’è una libreria Mondadori gestita da due libraie appassionate, e l’effetto che produce la visione della loro vetrina è per certi versi estraniante. Anche loro, come gli altri negozi, hanno bilanci da tenere in ordine, e conti da pagare a fine mese…. ma nonostante questo, riescono comunque a portare avanti una proposta culturale di grandissimo valore, ospitando autori, promuovendo libri, cercando di seguire la loro particolare visione di letteratura. Non è una libreria indipendente in senso stretto – il marchio che portano è importante, e potrebbe pesare molto, sulle loro spalle. Ma sono libere, nel senso più alto del termine, alla faccia anche dei pregiudizi che si hanno sulle librerie di catena. Lì si scambiano idee.

Tenendo conto dell’offerta sempre più vasta dei siti di vendita online (non serve neppure fare il nome di quel colosso là…), le librerie stanno capendo che per continuare a esistere non possono limitarsi alla vendita di libri, che, dal punto di vista commerciale, sono beni “indistinguibili”: un libro di Roth è un libro di Roth ovunque lo si compri. Serve altro. Qualcuno prova a mescolare cultura e gastronomia, e in certi casi funziona bene (penso alla Librosteria aperta da Marianna Bonelli, sempre a Padova, che si sta rivelando un potentissimo luogo di aggregazione), altri propongono corsi, incontri, eventi letterari (i corsi di scrittura alla Limerick, i racconti letti ad alta voce alla Zabarella). Le persone entrano con pudore in questi piccoli luoghi di cultura. ma poi ci affezionano e tornano. Capiscono che c’è qualcosa che da altre parti non si trova. Delle librerie, io amo soprattutto questo: la loro unicità.

Ti abbiamo coinvolto nella giuria di Racconta un libraio perché sappiamo il tuo interesse e la tua passione per la scoperta di “voci nuove” nel panorama della narrativa italiana. Anche su Grafemi ospiti racconti brevi di autori emergenti e qualche tempo fa hai curato un’antologia di racconti. Ultimamente sembra esserci un bel fermento, in Italia, intorno alla forma racconto: ritieni che iniziative come concorsi, riviste e antologie possano essere effettivamente delle buone vetrine per gli scrittori emergenti?

In editoria è piuttosto difficile capire cosa funziona, cosa aiuta gli autori a emergere, come si muovono gli editori nel loro ricerca di nuove voci. Non c’è dubbio che in questi ultimi due o tre anni ci sia stata una crescita importante non solo del numero di riviste, ma anche della loro generale qualità. I concorsi sono un buon termometro per capire cosa si muove tra gli aspiranti scrittori, ma credo che, implicitamente, possano raggiungere altri due scopi, che è quello di motivare molte persone a scrivere e a mettersi in gioco, e poi dare fiducia agli autori che ricevono una qualche forma di riconoscimento. Tornando alle riviste il rischio che si corre in questo momento è legato a un’offerta troppo vasta, che è poi anche il problema dell’editoria. Potrebbe essere utile pensare a una riduzione della proposta, che si potrebbe ottenere con una selezione ulteriore.

Torniamo per un attimo in libreria: ultimi acquisti e letture.

Ultimamente sto dedicando la maggior parte del mio tempo alla lettura di saggi. Gli ultimi due acquisti sono stati A cena con Darwin, un saggio di Jonathan Silvertown edito da Bollati Boringhieri, acquistato alla libreria Limerick, e Il clamore a casa nostra, di Benjamin Taylor, tradotto da Nicola Manuppelli per Nutrimenti – un memoire toccante su un anno molto particolare dell’autore, il 1963, segnato dall’omicidio di Kennedy e dai primi turbamenti sentimentali di lui ancora tredicenne. Oltre a questi, due giorni fa ho preso in biblioteca la Trilogia del Nord, di Céline – sospetto che non riuscirò a leggerli tutti e tre in un mese, ma voglio provarci.

Paolo Zardi è autore delle raccolte di racconti Antropometria e Il giorno che diventammo umani e dei romanzi XXI secolo, La passione secondo Matteo (Neo edizioni) e Tutto male finché dura (Feltrinelli). Alcuni suoi romanzi brevi sono stati pubblicati nella collana Feltrinelli Zoom e per Intermezzi. La gente non esiste, la sua terza raccolta di racconti, è in uscita il 22 marzo 2019 per Neo edizioni.

Intervista a cura di Andrea Siviero.

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