#UnRacconto

“Un consiglio”, il racconto di Laura Frassetto su Beppe Marchetti

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La libreria Massena 28, che oggi non esiste più.

Laura Frassetto ha partecipato al nostro concorso nel 2015, classificandosi tra i primi 9 finalisti. Il suo racconto mi ha colpita subito, per il ritmo, la scrittura e perché parla di Beppe Marchetti, un libraio scomparso qualche anno fa di cui non si sa ancora nulla. Lo pubblico oggi per la prima volta, con una nota dell’autrice. Ha anche scritto una delle Lettere delle eroine recentemente apparse sul blog di Giulio Mozzi, Remedios Buendía ha accettato la tua richiesta di amicizia, e a breve verrà pubblicato il suo romanzo, Un angolo sconosciuto.

Un consiglio

I diminutivi fanno a me quello che l’aglio fa alle streghe, quello che il glutine fa ai celiaci, quello che l’adolescenza combina a certi bei visi di bambino.

La gente che chiama altra gente con un diminutivo (Cris, Massi, Vale) appartiene alla vasta schiera di chi è riuscito a integrarsi nella società, a conquistarsi degli amici. Persone che possono esclamare soprannomi con aria trionfante, proclamando al mondo che loro no, loro non sono isole.

Lui si presentava con quel diminutivo (oh, per favore, lasciatemi parlare al passato. Il vezzo di immaginarlo ancora in vita, impegnato a shakerare cocktail su una spiaggia tropicale, mi è sembrato stucchevole sin dal giorno della sua sparizione).

Io non avrei mai superato lo scoglio del nomignolo.

Non ero capace di chiamare Beppe per nome, di fingere che non ci fossero degli anni luce tra noi.

Ho sempre pensato che anche lui, sotto sotto, si sentisse più Giuseppe che Beppe.

Non ho il diritto di scriverlo io, che a malapena potevo ambire al rango di sua conoscente: eppure sentivo che non era del tutto a suo agio con quell’epiteto da pacche sulle spalle e birre tiepide.

Sulle schede di Chi l’ha visto viene identificato come Giuseppe M. Beppe per gli amici.

Usavo giri di parole per non chiamarlo in nessun modo. Piuttosto che inserirmi de facto nella cerchia dei suoi amici preferivo chiamarlo Caro Libraio, una perifrasi di vago sapore nordcoreano.

Caro Libraio, ce l’hai la Lonely Planet della Bulgaria? Consigliami anche un romanzo, un autore bulgaro che non sia Elias Canetti.

Caro Libraio (Caro Libraio Giuseppe, sillabavo dentro di me), sto per andare di nuovo in Messico. Che cosa posso leggere?

Mi propose I detective selvaggi. Il tomo blu scuro della Sellerio che lessi sotto una palapa, un ombrellone di paglia che mi riparava dalla pioggia dell’agosto messicano.

Grazie a Beppe conobbi Bolaño; appena tornai a Torino corsi da lui ad acquistare 2666.

«È sempre meglio non ignorare i timori delle donne. Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo»[1].

Mi piacciono gli artisti dalla vita sfigatissima. Una passione puerile, appena un po’ più dignitosa di quella di certe zitelle per le famiglie reali. Comunque, non sono certo qui per raccontare che sono una groupie di Gauguin, che raggiungerei una mostra su di lui anche in capo al mondo. Giusto un accenno, per farvi capire che a volte mi fisso un po’ sulle cose.

Per via di quel suggerimento del libraio Giuseppe, la sostanza dei miei viaggi in Messico non è mai più stata la stessa.

Avrei potuto regalare il mio fegato a Bolaño, mentre agonizzava per la cirrosi a Barcellona (niente da fare: Beppe mi suggerì di leggerlo sei o sette anni dopo l’inevitabile decesso dello scrittore).

Oltre a quel diminutivo che mi si conficcava in gola come cocci aguzzi di bottiglia, c’erano altri motivi per cui sapevo di non poter diventare sua amica. È stato quasi l’unico libraio della mia vita (ho avuto un’altra passione non corrisposta per il meraviglioso proprietario delle Moline di Bologna, un tipo che mi convinse ad acquistare la Fenomenologia della percezione di Merleau Ponty. Quest’ultimo però era un signore anziano. Beppe, nonostante le muraglie che si ergevano tra noi, apparteneva alla mia stessa generazione. Usava i social network, leggeva le ultime uscite di Marcos y Marcos).

Ogni tanto frequento ancora le librerie, ma poi acquisto i libri in formato digitale.

Lo so, non è carino nei confronti dei librai. Di tanti Cari Librai i cui occhi potrebbero riflettere lo sguardo di Beppe.

È che sulla mia famiglia incombe la possibilità di un trasferimento; non posso procurarmi dei libri di carta che dovrei abbandonare.

Quando frequentavo Massena 28, la prima libreria torinese di Beppe, leggevo un po’ meno di ora, che ho un bel kindle da infilare sempre in borsa e una figlia che trascorre ore al parco giochi. Mi accontentavo di un paio di romanzi al mese e di qualche saggio per l’università, così quasi tutte le mie letture erano orientate da Beppe (anche se nessun altro dei suoi consigli fu all’altezza di Bolaño. Mi fece scoprire libri graziosi, sempre in linea con i miei gusti. Eppure un suggerimento come quello di leggere Bolaño – intravedendo l’occasione perfetta nella palapa sotto la pioggia – può arrivare solo una volta nella vita).

Mi sarebbe piaciuto parlare liberamente con lui, diventare una di quelle amiche che scrivono sulla sua bacheca evocando un ritorno al quale non ho mai creduto.

Purtroppo non ero capace di usare i diminutivi, e per giunta avevo il marchio di Caino.

Avevo pubblicato un libro con una casa editrice a pagamento. Mea culpa; quando l’ho fatto non sapevo di essere l’unica peccatrice in un mondo traboccante di purezza.

Era un diario di viaggio; ogni tanto qualche libraio si commuoveva e me lo lasciava presentare nella sua libreria. Beppe era uno di questi cuori teneri.

Alla presentazione vennero forse quattro persone e io mi offesi un po’. A quel tempo partecipavo al progetto ambizioso di uno studio di architetti torinesi che aveva selezionato qualche decina di “giovani artisti” per uno scopo che mi è sempre sfuggito.

Naturalmente non riuscivo a chiamare gli altri ragazzi con un diminutivo.

Provavo a partecipare alle loro presentazioni, alle proiezioni dei loro documentari, alle “restituzioni” pubbliche delle loro visioni artistiche (il vocabolo “restituzione” offende il mio orecchio più di un “Pino”, di uno – sia pur abominevole – “Stef”. La parola “restituzione” dovrebbe essere usata solo a proposito di bambini che si scambiano i secchielli sulla spiaggia).

Alla mia serata, pubblicizzata da Beppe nonostante le riserve che, come qualunque uomo di lettere sensato, nutriva nei confronti del mio libro e di me stessa, non venne nessun giovane artista.

Lo dissi al Caro Libraio, con il disappunto di una futura casalinga annoiata. Lui mi rispose che non si andava alle letture, alle mostre, alle masturbazioni pubbliche degli altri affinché loro venissero alla propria.

Ah, no? Di rado ricordo di aver provato un senso di sorpresa così sincero.

Beppe parlava seriamente. Non era integerrimo per finta: era proprio fatto così.

Io credevo di aver enunciato qualcosa di ovvio: non pensavo che si potesse partecipare all’esibizione delle velleità altrui senza trovare un po’ di conforto nella speranza che l’artista in questione si filasse un pochino anche la presentazione del nostro libro.

Beppe era il tipo che si interessava davvero alle idee degli altri. Per questo mi ha sempre consigliato dei bei libri, nonostante il mio marchio di Caino.

Ero una grossa scocciatura per lui: una sedicente scrittrice che gli aveva chiesto uno spazio. Avrebbe dovuto tenere aperta la libreria oltre l’orario di chiusura, scrivere un post sul suo blog e aggiungere l’evento alla sua newsletter – che sarebbe stata golosissima anche senza nessun appuntamento in programma, perché era uno scrittore migliore di parecchi tra quelli che presentava.

Avrebbe dovuto fare buon viso quando si sarebbero presentati due o tre dei miei parenti stretti; non avrebbe venduto neanche una copia.

Beppe, puoi sentirmi? Adesso ho imparato. Non mi offendo più se mi ignorano tutti, anche quando discetto di puericultura tenendo d’occhio le altalene.

Sono costretta a dirti che un paio di volte Amazon, la mia nuova libreria, mi ha dato qualche buon consiglio – non all’altezza de I detective selvaggi subito prima di volare in Messico a guardare cadere la pioggia, naturalmente, ma il loro algoritmo denota una certa competenza.

Murakami, per dire, non me l’avevi mai proposto (e per fortuna Amazon mi ha suggerito di cominciare da 1Q84: se avessi sfogliato per primo Tokyo Blues sarei diventata una sua crudele detrattrice).

Scommetto che lo vedevi un po’ come Khaled Hosseini.

Una volta alla Massena 28 mi capitò in mano Il cacciatore di aquiloni.

“Caro libraio, tu l’hai letto? Io non ho mai osato”.

“Ci ho provato. Poche pagine. Poi boh. Mi sono ricordato che, se un libro vende così tanto, di solito ci sono buoni motivi per non leggerlo”.

“Ah-ha. L’intellettuale, quello che sa quali libri non leggere”.

Integerrimo, Beppe, ma non al punto da lasciare che un eccesso di diplomazia gli impedisse di strizzare l’occhio alla sua clientela. Nonostante non sia mai riuscita a liberarmi dall’impressione che quel diminutivo stridesse con la sua personalità, era un uomo così simpatico.

Oltre al nomignolo, non si imponeva altre forzature (pacche sulle spalle – salamelle con birre tiepide).

È facile parlare in retrospettiva. Con il senno di poi non avrei mai pagato per pubblicare un libro. Mai e poi mai avrei partecipato a un progetto il cui bando contenesse le parole “studio di architetti – giovani artisti – restituzioni”.

Eppure i miei primi tempi a Torino furono caratterizzati da questi spaventevoli eventi; la libreria di Beppe era la cosa più carina che avessi trovato sotto la Mole.

«Lui, la gatta Smilla che si eclissava quando entravo con il mio cane, la realtà è una troia malata di Aids sempre arrapata»[2].

A posteriori, Beppe era troppo timido per presentarsi al mondo con un diminutivo. Nelle teste delle persone così, dei tipi solitari che hanno scacciato la timidezza per mostrare al mondo solo un lato di se stessi che trascurerebbero volentieri, capita che si aprano voragini profonde.

Magari vanno al matrimonio di un amico, celebrato in un agriturismo sull’Appennino (era il genere di festa che sarebbe potuta piacergli davvero).

Succede che durante la cena parlino poco con gli altri invitati, che scambino solo qualche frase con una ragazza sconosciuta. Che queste persone prima di mezzanotte subiscano l’influenza di un magnetismo strano: un canto di sirene che li raggiunge sulle colline.

C’era una camera dell’agriturismo prenotata per lui, ma nessuno che lo legasse all’albero maestro. Non ha dormito in quella stanza tra i boschi: si è incamminato sotto la pioggia, senza salutare.

Le sue tracce sfumano nel mito, in un territorio rarefatto che è già letteratura: nel bicchiere di rhum che pare aver chiesto a un barista mentre cercava di tornare a piedi – sotto la pioggia, all’ora delle streghe – dall’Appennino alla stazione di Bologna; nel testimone che sostiene di averlo scorto a Sarzana un paio mesi dopo.

Giuseppe. Avresti dovuto farti chiamare Giuseppe. Le sirene ti avrebbero lasciato in pace.

Irreprensibile anche l’amico che si sposava.

Se qualcuno degli invitati al mio matrimonio fosse scomparso mentre tornava a casa, io sarei rimasta in Malesia. Avrei spedito qualche messaggio di cordoglio, “che strana storia; appena torno vi aiuto a cercarlo”. Non avrei interrotto il viaggio per andare a stanarlo tra i sentieri fangosi.

Invece il Caro Libraio integerrimo aveva amici virtuosi e se li meritava tutti. Alla presentazione dell’unico libro che aveva scritto (in un’altra libreria, ça va sans dire) c’era un numero di partecipanti più che dignitoso.

Io Beppe lo vedo spesso in giro.

Tocca parlare ancora di me. Ci sono due o tre cose della mia vita di casalinga che mi tocca precisare, per restituire questa storia. Ho già detto che ogni tanto mi fisso sulle cose; per questo il consiglio di leggere Bolaño fu per me qualcosa di simile al viaggio in Martinica di Gauguin. Smettere di dipingere crocefissi bretoni. Sostituire la luce radente dell’Europa settentrionale con i colori brillanti dei Tropici (non mi dilungherò oltre).

Come dicevo, un tempo cercavo di scrivere libri; per questo avevo finito per conoscere Beppe più di quello che sarebbe normale per la donna che sono ora (che non rivolgerebbe volentieri la parola al libraio; inoltre, nemmeno minacciata dal plotone d’esecuzione lo chiamerebbe con un diminutivo).

Un’altra cosa che devo dire per forza è che non riconosco le facce. Non è che scambi mio marito per un cappello, intendiamoci. Si tratta di quel diffuso disturbo neurologico che rende difficile riconoscere le persone dai tratti del volto. Me la cavo a meraviglia con la voce, con le andature, con i modi di vestire: in pochi notano i miei sforzi per identificare individui che conosco bene ma che non mi aspetto di incontrare.

Quando cammino per le vie di Torino osservo le facce dei passanti senza essere capace di vederle davvero (prosopoagnosia, si chiama).

Temo sempre di tardare a riconoscere qualcuno e di ferire il suo amor proprio.

Ultimamente vedo Beppe ogni giorno. Ho smesso di scrivere, ma quando sono incappata in “Racconta un libraio” ho pensato: ecco un consiglio opportuno, uno di quelli che accendono luci ai bordi del duro sentiero che ogni essere umano deve percorrere («Glielo dico in confidenza: l’essere umano, in linea di massima, è quanto di più simile ci sia a un topo di fogna»[3]).

A volte mi immagino finalista a un concorso letterario (posso smettere quando voglio. Partecipo con manoscritti vecchi, che ho terminato tanto tempo fa. Non scrivo cose nuove. Mi senti, Beppe? Non lo faccio più).

Mi sarebbe piaciuto dedicargli una vittoria (o anche una finale, un’insignificante pubblicazione): non so neanch’io perché, se ci separavano soprannomi e marchi di Caino.

Come si può non pensare in continuazione alla persona che ti ha fatto conoscere Bolaño?

Beppe, io muoio dalla voglia di parlare di te, che ti sei sublimato nel personaggio di un romanzo. Posso vedere il tuo volto farsi silvano e diventare parte del bosco, mentre ti incammini tra gli alberi con quello zainetto rosso che ai giornalisti di Chi l’ha visto sembrava così importante.

Mi capita di incrociarlo mentre vado a prendere mia figlia a scuola (quella bimba che si è esibita nei primi passi davanti al suo bancone a Portici di Carta; ora sa scrivere il proprio nome. È trascorso del tempo).

Non posso bloccarlo, non posso soffermarmi a osservare i suoi lineamenti: se lo facessi, svanirebbe.

I tratti del Caro Libraio, se li guardo a lungo, finiscono per sciogliersi nelle fattezze di un passante qualsiasi. Restano sospesi per un momento in piena liquefazione, come gli orologi di Dalí.

Cazzo, Beps (i suoi veri amici la sanno lunga, in tema di nomignoli. Sulla sua bacheca di Facebook continuano ad apparire nuovi commenti; c’è una ragazza che qualche volta lo chiama così. Ancora più vicini, ancora più amici: niente anni luce che la separino dal ricordo del libraio), mio marito minaccia di farci trasferire in Colombia. Suggeriscimi un libro – che non sia di García Marquez.

Se le sirene ti tengono prigioniero sull’Appennino, puoi usare la voce di un passante.

Note

[1] 2666, Roberto Bolaño, Gli Adelphi, 2004.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

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Io resto fedele al proposito di scrivere il meno possibile, ma uno dei vecchi lavori che cito nel racconto sarà pubblicato in seguito a una campagna di crowdfunding (non ho ancora capito se sia un bene o un male; mi piacerebbe molto chiederlo a Beppe). È un romanzo ispirato dagli appunti di Gauguin.
Ho “scoperto” da poco un magnifico autore colombiano. Si chiama Santiago Gamboa (pubblicato in Italia da e/o) e lo consiglio a tutti.

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