Editoria, Racconta un libraio, Sul racconto

Cosa vuol dire essere lettori di short story? Intervista ai redattori di Tre racconti

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Ogni tre mesi pubblicano una rivista con tre racconti inediti, dando spazio ad autori esordienti che possono contare su di loro anche per limare i propri testi; scrivono della short story e realizzano interviste per promuovere una forma di narrazione che non tutti apprezzano allo stesso modo e che diversi librai hanno ammesso di non riuscire a vendere come altri generi letterari. In questa edizione del concorso Racconta un libraio i redattori di Tre racconti hanno selezionato i finalisti e abbiamo colto l’occasione per farci raccontare qualcosa di più sulla loro continua attività di lettori.

 

Com’è nato il progetto di Tre racconti lo hai raccontato in un bellissimo pezzo su Altri animali: è stata Flannery O’Connor a ispirarlo e non faccio fatica a crederlo. Allora chiederò cosa vuol dire per voi essere lettori di racconti?
Maria: Flannery O’Connor è la madrina ideale del nostro progetto perché non è una scrittrice che “capita”: leggerla corrisponde a una scelta precisa, così come non si diventa lettori di racconti per caso. È una questione di allenamento: il racconto ti costringe a una lettura per immersione e ti lascia andare senza troppe certezze. All’inizio l’esperienza può sembrare incompleta rispetto a quella che si ricava da un romanzo, ma col tempo ti rendi conto che quel tipo di disagio può darti spazi più ampi sui quali riflettere. È come spiare il mondo attraverso una crepa: tutto quello che non si vede puoi immaginarlo tu. Leggere racconti vuol dire essere disposti ad assecondare quel tipo di sensazione per capire dove può condurti. Significa anche non avere pregiudizi: noi amiamo tutta la letteratura, perciò anche i racconti.

Com’è organizzata la redazione? Quando arriva un racconto che succede? Raccontaci della vostra catena di montaggio.
Linda: La selezione dei racconti è per noi un momento delicato a cui dedichiamo sempre molta cura. Non abbiamo uno schema rigido da seguire alla lettera, ma ogni racconto che ci arriva riceve un’attenzione diversa che varia di volta in volta. Di solito procediamo a una scrematura generale, in cui un gruppo di redattori si alterna nella lettura fino a tirare fuori dal grande numero i nostri preferiti, di cui poi tutti discutiamo nel dettaglio. Ciò che cerchiamo, oltre a una forma e una storia forti, deve anche avere una propria voce ed essere autentico, e non è sempre facile trovare dei racconti che per struttura e caratteristiche riescano a colpire la maggior parte di noi, ma le rare volte in cui questo accade, più che una scelta, è una vera e propria adozione.

Cosa cercate in un racconto da pubblicare?
Davide: Può sembrare banale ma non lo è affatto: innanzitutto vogliamo che sia un racconto. A volte capita che ci arrivino testi con buone idee o con uno stile interessante, ma che non sono racconti: prose liriche, riassunti di romanzi, divagazioni letterarie. Non siamo chiusi alle sperimentazioni, la forma è relativa, ma chi scrive deve aver ben presente cosa è un racconto. La seconda caratteristica che cerchiamo è in qualche modo collegata alla prima, e riguarda anche in questo caso l’attitudine dello scrittore, che sia più o meno esordiente, e cioè la capacità di confrontarsi con questa forma letteraria in maniera originale. Questo non significa essere per forza rivoluzionari, le lettere del nostro alfabeto sono sempre quelle, ma piuttosto saper dialogare con generi, stilemi e forme per far uscire la propria voce, la propria visione del mondo e della scrittura.

Qual è il modo migliore di valutare un racconto, secondo voi?
Maria: Questa è la stessa domanda che noi ci siamo posti nella prima fase del progetto; la nostra intenzione era quella di stabilire dei parametri che ci aiutassero a basare le nostre scelte su dati oggettivi, riducendo al minimo ogni parzialità. La verità è che non esiste un modo migliore per valutare un racconto perché ogni storia fa caso a sé ed è uno sbaglio ragionare in termini di paragone. Allo stesso tempo, “entrare” in un racconto per decidere se pubblicarlo o meno richiede più di una semplice lettura: occorre collegarsi alla visione dell’autore, provare a capire il suo punto di vista, e da qui analizzare la struttura della storia e definire lo stile. Proprio per questo, io non leggo più di tre racconti al giorno.
Noi cerchiamo di individuare quello che Robert Mckee definisce come talento narrativo: la capacità di raccontare una storia e di farlo in modo interessante. Non ci focalizziamo troppo sui dettagli perché assistiamo i nostri autori nel processo di revisione e sappiamo che su alcune mancanze si può lavorare. Ma una certa attitudine al racconto, che è nello sguardo e nella “voce”, come suggeriva Linda, per noi è indispensabile.

Cosa vi ha insegnato finora l’esperienza di lettori per la rivista?
Gaia: Stare “dall’altra parte” è una scuola, e anche bella tosta. È un continuo esercizio di riflessione su cosa vuol dire narrare, raccontare una storia, dare vita a personaggi credibili e lavorare su una lingua che deve colpire, trasmettere emozioni, un senso di progressione, la profondità di un’idea o di un sentimento. Ovviamente quando abbiamo iniziato non sapevamo come sarebbe andata, né se qualcuno ci avrebbe degnato di attenzione e di fiducia. In fin dei conti chiediamo a degli esordienti di lavorare insieme e noi e a volte anche di ripensare totalmente le loro storie. Una collaborazione che non è possibile se non c’è fiducia alla base. Fatto sta che ci siamo buttati, abbiamo condiviso il peso delle decisioni prese e di tutti i sì e i no che abbiamo comunicato a coloro che ci hanno inviato le loro storie. Leggere e valutare racconti ci ha permesso di conoscere un discreto numero di autori e capire quanto possano essere diverse le motivazioni che spingono le persone a mettere in fila le parole per esprimere qualcosa. Abbiamo anche capito che un’opinione ben argomentata è oro per chi ha serie intenzioni… Insomma è una bella esperienza. A volte è dura ma altre volte dà immense soddisfazioni e ripaga dello sforzo.

Com’è andata la lettura dei racconti arrivati al concorso Racconta un libraio?
Davide: È stata sicuramente unesperienza intrigante. Dover selezionare racconti con un tema comune, quello di raccontare un libraio appunto, può sembrare limitante, ma è proprio l’occasione per cercare meglio la voce che si fa notare. Tra i tanti boquiniste sulle rive della Senna che vendono riproduzioni della tour Eiffell made in China ce ne sarà sicuramente uno che invece ha qualcosa di raro e prezioso, ed emerge con la sua capacità di scrittura. Anzi, rispetto ai racconti che ci arrivano ogni giorno è forse più facile, perché il tema ci ha fornito un metro di giudizio più stabile: non è raro che la redazione si trovi molto divisa sull’opportunità di pubblicare un racconto.

Quali raccolte consigliate a chi voglia avvicinarsi alla short story?
Linda: Ecco, questa è una domanda insidiosa. Il fatto che nella redazione ci siano nove menti pensanti con gusti eterogenei fa sì che i nostri consigli possano essere molto diversi e spaziare gli uni dagli altri, come genere, stile o ambientazione, e tirare le fila diventa quindi complesso. A tal proposito, però, sul nostro sito è possibile trovare ogni settimana articoli di approfondimento sulle raccolte di racconti che hanno colpito ciascuno di noi: è una collezione variegata che proprio nella sua interezza può incuriosire e avvicinare anche i più restii all’immenso mondo della short story. Se però dovessimo nominarne solo alcune, che rappresentano un piccolo inizio, come non citare grandi autori americani del calibro di J.D. Salinger con Nove racconti o Racconti di John Cheever, ma anche Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson o Undici solitudini di Richard Yates (senza scordarsi delle raccolte di Andre Dubus o Raymond Carver: sceglierne soltanto una sarebbe un sacrilegio). Per quanto riguarda l’Italia, che ci interessa da vicino, potremmo consigliare Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi, La boutique del mistero di Dino Buzzati o, tra i contemporanei, due delle raccolte più note di Paolo Cognetti, Sofia veste sempre di nero e Una cosa piccola che sta per esplodere. In generale, però, il percorso che avvicina un lettore alla short story è estremamente personale e al di là dei titoli che potremmo citare, un consiglio davvero fondamentale che ci sentiamo di dare è quello di seguire il richiamo, a prescindere da quale sia la raccolta ad attirare l’attenzione dei lettori. Il resto poi verrà da sé.

Cosa state leggendo?
Linda: Ballando al buio di Karl Ove Knausgård (in realtà appena finito), I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter, Homo deus di Yuval Noah Harari e Canto della neve silenziosa di Hubert Selby Jr.

Maria: Noi siamo le prime vittime dei nostri consigli perché quando compare un nuovo articolo sul sito di Tre racconti, almeno metà della redazione aggiunge il titolo alla lista di libri da leggere. Da quando Davide ha scritto di Dino Buzzati ho sentito il bisogno di approfondire: dopo aver letto Un amore, ho deciso di recuperare i racconti contenuti nella raccolta La boutique del mistero.

Davide: Racconti fantastici di Ryūnosuke Akutagawa. Meravigliose storie ambientate in un Giappone antico e immaginato, che sotto alla classica moralità della fiaba per bambini nascondono intuizioni mai scontate.

Gaia: Ritratto dell’artista da cucciolo e altri racconti di Dylan Thomas. Potrei dire di averlo scelto perché mi intriga molto scoprire come un poeta possa “dilatare” la sua scrittura nelle pagine di un racconto ma la verità è che quando in libreria ho letto l’incipit di Il limone non ho saputo resistere: «Un mattino presto, sotto il cerchio di una lampada, il dottore innestò la testa di un gatto sul tronco di un pollo…». Oltre a questo sto gustando piano piano Cromorama di Riccardo Falcinelli e Pieno giorno del premio Pulitzer J.R Moehringer, il ghost writer del fenomenale e amatissimo Open di Agassi.

 

Intervista a cura di Lorena Bruno

 

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